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Analisi di Shalom Dichter

Il test nazionale di Israele

Data pubblicazione: 26 maggio 2008

Qualche anno fa, intervenni ad una conferenza del Jewish Council for Public Affair, un consiglio che raccoglie i rappresentanti dei 125 consigli per le relazioni tra comunità delle diverse comunità ebraiche degli Stati Uniti. In questa occasione mi venne chiarito che le organizzazioni che partecipavano alla attività del consiglio avevano il compito di fare tutto ciò che fosse in loro potere per assicurare relazioni armoniose tra gli ebrei delle loro comunità e le comunità non ebraiche circostanti. Venni informato che cinque milioni di ebrei americani su sei pensa che questo consiglio agisca nel loro interesse per essere in buoni rapporti con i restanti 300 milioni di cittadini non ebrei del paese.

Il buon rapporto tra la comunità e i suoi vicini è stato un imperativo durante tutta la storia del popolo ebraico. Nel diciannovesimo secolo, fu il fondatore del moderno Sionismo, Theodor Herzl, che definì le scarse relazioni tra gli ebrei e le altre nazioni del mondo come il “problema ebraico”.  La risposta del Sionismo a questo problema fu lo stato di Israele ma l’esistenza di Israele da sola non elimina la necessità per gli ebrei di avere buone relazioni con i loro vicini, eppure si spende molta più energia nel coltivare questi legami nella Diaspora.

In Israele, infatti, dove gli ebrei costituiscono la maggioranza, sembra che molti si sentano esenti dalla responsabilità di ricercare buoni legami con i non ebrei che vivono tra di loro. Mi riferisco ovviamente alla popolazione arabo-palestinese di Israele, vale a dire il 20% dei cittadini di Israele. Questi ultimi e l’80% della popolazione costituita da ebrei sono come due zolle tettoniche su cui Israele è posta, il suo futuro e la sua esistenza dipendono in buona misura dal rapporto tra queste due componenti. Diversamente dalle relazioni internazionali, in cui c’è poca libertà di manovra, la determinazione delle relazioni all’interno del paese è largamente nelle mani dello stato di Israele. Sfortunatamente, per tutta la sua storia, Israele ha agito come se la definizione dello stato come stato ebraico lo autorizzasse a favorire i cittadini ebrei a scapito di quelli arabo-palestinesi. Questo favoritismo, inaccettabile dal punto di vista democratico, ha determinato una politica di discriminazione istituzionalizzata verso i cittadini arabo-palestinesi di Israele che attraversa tutti gli aspetti della vita quotidiana: le infrastrutture, la sanità, l’educazione, l’utilizzo della terra, dell’acqua e delle risorse naturali, la mancanza di eguali opportunità nel mercato del lavoro, e così via.

Come risultato, abbiamo oggi un ampio divario nel paese tra la comunità ebraica e quella araba, e proprio questa differenza costituisce una polveriera pronta ad esplodere nel rapporto tra la maggioranza di Israele e la sua minoranza.  Noi tutti sappiamo che c’è chi sostiene che questa discriminazione è insita nel Sionismo, ma in realtà questa idea non ha mai rappresentato un principio del movimento né tanto meno appare negli scritti di Herzl. Al contrario, Herzl stesso si riferì in modo esplicito alla popolazione araba pianificando un modo di rapportarsi inclusivo.

Sinora, tuttavia, per diverse ragioni, questa prospettiva non si è verificata. Oggi, non solo la discriminazione dei cittadini arabi di Israele è divenuta parte integrante dell’immagine prevalente che si ha del Sionismo, ma è divenuta anche un assioma per molti ebrei israeliani Uno studio condotto quest’anno dal prof. Sammy Smooha dell’Università di Haifa, mostra che solo la metà degli ebrei israeliani ritiene che i cittadini arabi debbano avere un pari accesso alle risorse nazionali del paese.

È assolutamente inaccettabile che la discriminazione contro i cittadini non ebrei del paese possa divenire una delle definizioni del Sionismo. Questo non appartiene né all’ebraismo né alla democrazia. Questo è il ‘test per la nazione’ e, proprio ora che si trova a varcare la soglia del suo sessantesimo anno, Israele dovrà superarlo. Altrettanto importante che cercare di stabilire relazioni amichevoli con i popoli al di fuori dei suoi confini, è cruciale per Israele risolvere i conflitti con la minoranza araba-palestinese all’interno di quegli stessi confini. Questa è l’azione morale da compiere, questo è umanamente auspicabile, e, francamente, se non ci si dovesse muovere in questa direzione, quelle due zolle tettoniche si scontreranno una contro l’altra provocando un grande terremoto.

La minoranza arabo palestinese ha dato segni di voler discutere dei cambiamenti. In un documento, ‘La visione futura degli Arabi Palestinesi in Israele’, scritto alla fine del 2006, i leader dei paesi arabi fanno appello alla maggioranza ebraica affinché si instauri un dialogo nei prossimi anni. Il documento chiede che la minoranza che vive in Israele venga coinvolta a tutti i livelli della vita nazionale sulla base del principio democratico di completa ed eguale cittadinanza, proclamato dalla Dichiarazione di Indipendenza israeliana del 1948. Inoltre, sebbene in contrasto con quanto scritto nella dichiarazione stessa, la loro proposta chiede di modificare la definizione di Israele come stato ebraico. La risposta, anche di coloro che si dicono liberali o appartenenti alla sinistra, è stata assolutamente negativa, e questo è un grande errore.

Ovviamente, in Israele ci sta chi considera questa proposta una minaccia all’esistenza stessa di Israele ma questa non è una ragione sufficiente per non instaurare il dialogo tra le due componenti. Il dialogo rappresenta la miglior prospettiva per la stabilità e lo sviluppo di Israele. Israele e la sua maggioranza ebraica devono raccogliere la sfida e instaurare questo dialogo coraggiosamente e in buona fede, anche se le premesse vengono considerate sfavorevoli. Tuttavia, in questo dialogo, lo stato di Israele è l’azionista principale, è la parte che detiene la capacità strutturale e politica di influenzare il risultato finale. Le mosse del governo verso l’eguaglianza e un giusto trattamento nei confronti della minoranza araba, renderebbe più facile per entrambe le componenti procedere verso la costruzione di una identità nazionale condivisa e una cittadinanza inclusiva.

Noi, ebrei sionisti israeliani, dovremo imparare dai nostri fratelli d’oltremare, che fanno del loro meglio per instaurare buone relazioni con i loro vicini non ebrei. Un’ applicazione del principio di eguaglianza inflessibile e inclusiva per la minoranza araba, in accordo con i principi della democrazia occidentale, è la condizione minima affinché si eviti che la vita del paese precipiti nel caos proprio durante la settima decade della sua esistenza.

NOTE SULL'AUTORE 

Shalom Dichter

Executive Director Hand in Hand is a non-governmental organization which runs three bilingual, multi-ethnic schools in Israel.

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