L’Editoriale

Gaza. La strategia della tensione

di Janiki Cingoli Presidente del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Data pubblicazione: 16 marzo 2012

L’iniziativa dell’amministrazione Trump per dare soluzione al conflitto Israelo-palestinese è stata spesso valutata come improvvisata e propagandistica.

Eppure, vi è un importante lavoro svolto in tutti questi mesi dai più autorevoli esponenti della nuova amministrazione Usa, tra cui lo stesso genero di Trump, Jared Kushner e soprattutto il Rappresentante Speciale per le crisi internazionali, Jason Greenblatt.

Nella scelta di campo di Trump a favore del blocco sunnita, vi è la volontà di far emergere alla luce del sole l’obbiettiva comunanza di interessi tra i grandi Stati arabi ed Israele, contro l’Iran sciita e i suoi alleati, forgiando una vera e propria alleanza militare, una sorta di Nato del Medio Oriente.

Ma per arrivare a questo, come ha ben chiarito a Trump il Re saudita nel vertice di Riyad dello scorso 21 maggio, occorre trovare una soluzione alla questione palestinese, rafforzando la stabilità dell’intera area.

Per giungervi, è necessario ma non sufficiente rilanciare il negoziato tra israeliani e palestinesi: l’Autorità Nazionale Palestinese e il suo presidente Mahmud Abbas sono giudicati troppo deboli e fragili, per poter garantire che l’accordo regga. Si deve quindi abbinare al piano negoziale bilaterale un quadro regionale di garanzie, che solo i grandi Stati arabi possono fornire.

Ritorna quindi in auge il Piano Arabo di Pace, ratificato su proposta saudita dal Vertice della Lega Araba a Beirut nel 2002, e riconfermato in tutti i successivi vertici, che propone che tutti gli Stati Arabi e islamici riconoscano Israele e stabiliscano normali rapporti diplomatici e commerciali con esso, se Israele restituisce i territori arabi occupati nel ’67; consente la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, sulla base dei confini precedenti la Guerra dei 6 giorni, con possibili scambi territoriali; e dà una soluzione “giusta e concordata” (quindi concordata anche con Israele) del problema dei rifugiati.

Ma per arrivare a ciò, sono necessari dei passi intermedi.

Già nei mesi precedenti il Vertice di Riyad, vi era stata una riunione tra i sauditi e gli Emirati Arabi Uniti, da cui era scaturito un documento riservato con la proposta di stabilire linee telefoniche e telematiche, l’apertura di linee aeree i dirette con Israele, nonché la normalizzazione dei rapporti commerciali, se Israele accetta di contenere gli insediamenti entro i grandi blocchi costeggianti i vecchi confini antecedenti la Guerra del ’67, prende misure concrete per migliorare la vita dei palestinesi e riavvia il negoziato.

Ci sono stati movimenti importanti anche da parte israeliana: Netanyahu, richiamato da Trump nel loro primo incontro a frenare gli insediamenti e a riprendere il negoziato, è consapevole di non avere molte alternative: mentre ai tempi di Obama era possibile rivolgersi alla maggioranza repubblicana che controllava entrambi i rami del Congresso, ora non vi è altro interlocutore se non il presidente Usa.

In due successive riunioni, precedenti l’arrivo di Trump in Israele, il “Security Cabinet” del governo israeliano decideva di concentrare gli insediamenti nei grandi blocchi e nelle immediate adiacenze; varava un pacchetto di proposte economiche “di buona volontà” verso la Cisgiordania, con l’apertura di 24 ore del ponte di Allenby verso la Giordania, la realizzazione di due aree industriali nel Nord, permessi di costruzione nell’Area C (area sotto completo controllo israeliano), l’estensione e il miglioramento degli accessi con Israele. I due ministri di Bayit Yehudi (il partito della destra nazionale e religiosa), Naftali Bennett e Ayelet Shaked, hanno votato contro.

È altresì significativo che il presidente Usa, durante la sua emozionale visita al Muro del Pianto, abbia rifiutato di farsi accompagnare da rappresentanti del governo israeliano, in quanto, come dichiarato da un membro del suo staff, si tratta di “un’area contesa”, portando con sé solo il cognato Kushner, che è ebreo, e il rabbino addetto allo stesso Muro.

Subito dopo la visita di Trump, Jason Greenblatt è tornato in Israele, perlustrando, insieme ai responsabili militari israeliani, la parte Nord della Cisgiordania, per individuare delle zone nelle Aree C da trasformare in “Aree B”, a controllo congiunto israelo-palestinese.

Non solo, ma sta studiando il piano del generale Allen, elaborato nel 2013 mentre era in corso l’Iniziativa Kerry, segretario di Stato di Obama: un piano per tutelare gli interessi di sicurezza israeliani in Cisgiordania, lungo la Valle del Giordano e ai confini con la Giordania, elaborato con la collaborazione dei vertici militari israeliani, ma poi respinto da Netanyahu e dal ministro della Difesa Moshe Ya’alon. Non a caso Kris Bauman, che coordinava lo staff di Allen, è stato recentemente nominato consigliere per quell’Area nel Consiglio Nazionale di Sicurezza Usa.

Ora, è impensabile che la destra governativa, guidata da Naftali Bennet, e anche quella interna al Likud, possano accettare misure di questo genere. Le possibili alternative sono o la sostituzione di Bennet con l'”Unione Sionista”, coalizione del laburista Isaac Herzog e della centrista Tzipi Livni, o la convocazione di elezioni anticipate.

Quanto ai palestinesi, essi vedono una opportunità in Trump. Il primo incontro di Abbas col nuovo presidente, a Washington, è stato positivo, mentre il secondo, a Betlemme, è stato più teso, per la questione dei salari riconosciuti dalla Autorità palestinese ai terroristi detenuti e alle loro famiglie. Un’eco se ne è avuta nella conferenza stampa finale, quando Trump ha dichiarato che “la Pace non può farsi strada in un ambiente in cui la violenza è tollerata, finanziata o premiata”.

Una questione spinosa per il presidente Abbas, pressato com’è dal leader palestinese Marwan Barghouti, che ha capeggiato lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi, cui peraltro Abbas ha posto fine all’inizio del Ramadan, facendosi carico del le spese della seconda visita mensile delle famiglie dei detenuti, sospesa dalla Croce Rossa per mancanza di fondi.

Egli ha inoltre deciso di sospendere il pagamento dei salari ai 250 ex-prigionieri di Hamas, a Gaza, tra gli oltre 1000 rilasciati da Israele in cambio della liberazione del soldato Shalit.

Più in generale, ha acuito la pressione su Gaza e su Hamas, riducendo di un terzo il pagamento degli impiegati pubblici fedeli all’Anp, sostituiti da Hamas, e tagliando del 30% il pagamento agli israeliani dell’elettricità fornita a Gaza, nonché altri rifornimenti diretti alla Striscia.

Questo proprio mentre la crisi aperta dai principali Stati arabi contro il Qatar, principale sostenitore e finanziatore di Hamas, ne acuisce le difficoltà, dopo che esso era stato dichiarato movimento terrorista al vertice di Riyad del 21 maggio, in presenza di Trump.

Quanto al futuro, si parla di un prossimo incontro tra Netanyahu e Abbas, invitati dal presidente Usa, e della possibile convocazione negli Usa di una Conferenza internazionale, cui oltre ai leader israeliani e palestinesi partecipino i massimi esponenti del mondo arabo, per varare l’avvio del nuovo negoziato tra le parti. Naturalmente se le sorti del presidente Usa non precipiteranno prima.

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