L’Editoriale 

Medio Oriente: tre scenari più uno

di Janiki Cingoli, Presidente del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Data pubblicazione: 10 gennaio 2008

Bush arriva a Gerusalemme in un momento in cui molte incognite e molte polemiche si addensano sulla ripresa dei negoziati, sia riguardo gli insediamenti israeliani, sia per la ripresa degli attacchi dei miliziani legati a Al Fatah in Cisgiordania.
E’ la sua prima visita in Terra Santa di Bush come Presidente, e ci si attende che egli ribadisca la sua determinazione a sostenere il negoziato. Per Israele l’alleanza con gli USA è strategica e vitale, e lo è anche per i palestinesi, e quindi i suoi interventi possono avere un peso non secondario.
Ma, al di là degli effetti immediati, quali possono essere gli sviluppi a medio termine per il processo di pace? Annapolis ha sbloccato il processo diplomatico, facendo procedere in parallelo la trattativa sulle misure di fiducia e quella sull’accordo finale. Quindi, non ci sono più ostacoli a negoziare. Ma è concretamente possibile, il negoziato?
I palestinesi certo non sono privi di problemi, data la situazione a Gaza e con Hamas, ma Abu Mazen sembra determinato a procedere con la trattativa. Più difficile la situazione israeliana, con Olmert insidiato dalla prossima pubblicazione del rapporto Winograd e dalle reiterate minacce di crisi di Liberman e del Partito religioso Shas. Olmert d’altronde è stretto anche da Barak, che tende a scavalcarlo a destra sui temi della sicurezza per posizionarsi al centro in vista delle future elezioni.
Nelle scorse settimane sono stato in Medio Oriente, e ho avuto modo di parlare con molti esperti e policy maker delle due parti, traendone valutazioni anche molto discordanti. Sono sul tappeto tre possibili scenari:
– Il negoziato sulla Final Status va bene, così come quello sulle misure di fiducia, e si arriva all’accordo finale entro il 2008.
– Il negoziato sul Final Status si trascina, senza risultati concreti, mentre si ottengono sviluppi sulle misure di fiducia (rimozione dei blocchi stradali e degli avamposti illegali, rilascio prigionieri, da parte israeliana; più incisivo impegno contro il terrorismo da parte palestinese). In più arrivano gli ingenti finanziamenti annunciati a Parigi (7,4 miliardi di dollari), che consentono un rilancio dell’economia palestinese e un rafforzamento di Abu Mazen.
– Entrambe le fasi negoziali si trascinano senza risultati sostanziali, i blocchi stradali e gli avamposti illegali restano salvo rare eccezioni, i prigionieri vengono rilasciati con il contagocce. Arrivano un po’ di soldi, quel tanto che basta per alimentare la sopravvivenza e lo statu quo palestinese.
La maggioranza degli interlocutori palestinesi che ho incontrato ondeggiano tra il secondo e il terzo scenario.
Un importante consigliere di Fayad, il Premier palestinese, ha espresso invece un cauto ottimismo. Il governo Fayad, mi è stato sottolineato, è sostanzialmente un governo di indipendenti, che non include nessuna autorevole personalità di Al Fatah, il che ovviamente genera tensioni e ricorrenti richieste di rimpasto. Abu Mazen utilizza Fayad per arginare la vecchia guardia di Fatah e Fatah per contenere l’indipendenza di Fayad.
Un autorevole analista, sotto condizione di anonimato, opta invece decisamente per lo scenario più pessimista: non si procederà neanche sulle misure di fiducia, perché Fayad può arrivare a ristabilire un po’ di “law and order” nelle maggiori città palestinesi, come ha già fatto a Nablus, ma non può e neanche vuole smantellare la struttura militare palestinese, non solo le milizie ma anche le fabbriche di armi. I servizi israeliani lo sanno, e quindi non rimuoveranno i blocchi stradali e le altre misure di sicurezza. Quindi ci si limiterà a qualche gesto simbolico, e ad alimentare quel rivolo di denaro sufficiente a mantenere lo statu quo.
Da parte israeliana, alcuni tra i più autorevoli commentatori optano per lo scenario intermedio. Pare loro improbabile che si proceda sul Final Status.
Va detto, però, che da parte di altri primari policy maker, di diverso orientamento politico, dal centro alla sinistra, si dà per possibile un nuovo scenario. Olmert e Abu Mazen, che hanno stabilito una forte intesa tra loro, procederebbero su un binario parallelo rispetto ai negoziati ufficiali sul Final Status: mentre questi seguono il consueto iter stop and go , essi per conto loro arriverebbero a concordare almeno una bozza di accordo globale, attraverso canali informali, come ai tempi dei negoziati segreti di Oslo, mentre a Washington si perdeva tempo nei negoziati ufficiali.
Olmert, se a fine gennaio riescirà a superare lo scoglio del rapporto Winograd, attenderebbe a fino a metà luglio, quando la Knesset è chiusa fino a novembre, in modo da evitare immediate mozioni di sfiducia alla Knesset, e poi eventualmente andare alle elezioni sulla base della bozza di accordo raggiunto, e quindi di una pace possibile. Diversi fra loro affermano che Olmert potrebbe spingersi non solo a fare proprie le proposte di Clinton a Camp David, ma anche la sostanza dello stesso “Accordo di Ginevra”.
Abu Mazen, per conto suo, sa che a un certo punto dovrà tornare al tavolo negoziale con Hamas, anche per le forti pressioni saudite e egiziane, ma vuole tornarci su un piano di forza, avendo ricevuto i soldi dei donor e avendo trovato una piattaforma di possibile accordo, e non di debolezza come accadrebbe ora.
L’impressione che ho ricevuto è che è in moto un meccanismo di negoziato parallelo, con elementi concreti di approfondimento, anche se nessuno può dire se questo tentativo potrà andare in porto, essendo troppe le incognite sul tappeto.

NOTE SULL'AUTORE 

Janiki Cingoli

Janiki Cingoli si occupa di questioni internazionali dal 1975. Dal 1982 ha iniziato ad occuparsi del conflitto israelo-palestinese, promuovendo le prime occasioni in Italia di dialogo tra israeliani e palestinesi e nel 1989 ha fondato a Milano il Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO), che da allora ha diretto fino al 2017 quando ne è stato eletto Presidente.

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